Parole in musica #2 – Jane e David, un incontro molto particolare

Ben ritrovati Lettori!
Oggi vado sul classico! Ho deciso di parlarvi del Diario di Jane Somers di Doris Lessing, perché penso che qualunque donna dovrebbe leggerlo.

La vita al femminile è difficile, introspettiva, dura. Doris Lessing, Premio Nobel per la letteratura 2007, ci racconta uno spaccato della vita di Jane Somers, attraverso il quale ha voluto comunicare qualcosa a ogni donna. Ognuna di noi può ritorovare, in questo libro dalle mille sfaccettature, quella lezione di vita di cui ha bisogno.

Il diario di Jane Somers è un romanzo che non ha paura di mostrarsi per quello che è: una ricerca, a tratti angosciante, del sé in mezzo a una società dove lo stereotipo impera. Stereotipo di cosa? Di tutto. Dal modo di vestirsi al lavoro, al modo di lavorare stesso, dall’essere ricchi e quindi rispettabili, all’essere poveri e vecchi e quindi da abbandonare o quanto meno da allontanare dalla vita e dalla vista di chi viene “pompato” come vincente.

Jane è completamente concentrata su se stessa. Non si cura del marito mentre sta morendo, cerca di non pensarci, cerca di fare finta che sia tutto normale; non si cura nemmeno della madre, che pure vive con lei gli ultimi due anni della sua vita, cerca di stare fuori il più possibile e di rincasare quando la madre dorme.

Ora so che non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà, che avevo solo preso in considerazione il pensiero degli altri.

Quello che non riuscivo a smettere di pensare, però, era che avevo deluso Freddie, che avevo deluso mia madre, e che in definitiva ero quel tipo di persona. Se dovesse succedere qualcos’altro, se dovessi affrontare un’altra situazione difficile, come la malattia o la morte, se dovessi dire a me stessa, Ora, cerca di comportarti come un essere umano, non come una bambina – non ci riuscirei, non potrei. Non è questione di volontà, ma di chi si è, di come si è. Ecco perché decisi di imparare qualcos’altro.

La svolta avviene quando conosce Maudie Fowler, una novantenne indigente del suo quartiere, abbandonata a se stessa. Attraverso questa frequentazione si produce uno scavo all’interno della vita delle due donne che porta Jane verso la presa di coscienza di sé e di cosa significhi relazionarsi da “veri adulti”. Si rende conto, infatti, di essere stata fino a quel momento una moglie-bambina e una figlia assente.

A che cosa serve Maudie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente.

Sono andata da Maudie, e quando mi ha aperto, molto lentamente, arrabbiata, le ho detto, “Ti porto a fare una passeggiata al parco.” Lei mi ha guardata, furiosa. “Oh, no,” le ho detto. “Oh, cara Maudie, non arrabbiarti, non arrabbiarti, vieni invece con me.”
“Ma come faccio?” dice lei. “Guardami!”

E alza gli occhi, oltre la mia testa, verso il cielo. È così bello, azzurro, e Maudie dice, “Ma… ma… ma…”

Poi all’improvviso sorride. Si mette quella sua spessa giacca nera da scarafaggio, e il cappello estivo, di paglia nera, e ce andiamo al Rose garden Restaurant. Trovo un tavolo un po’ in disparte, lontano dal passaggio, vicino ad alcuni cespugli di rose, riempio un vassoio di paste alla crema, e restiamo sedute lì tutto il pomeriggio. Lei ha continuato a mangiare ininterrottamente, in quel suo modo lento, struggente, che dice, Questo me lo metto nella pancia finché c’è! – poi è rimasta seduta a guardare, guardare. Sorrideva, felice. Oh, carini, continuava a cantilenare sommessamente, carini… i passeri, le rose, un bambino in carrozzina lì vicino. Ho capito che era fuori di sé per la gioia, una gioia selvaggia, quasi furibonda, quel mondo caldo, assolato, dai colori brillanti, era per lei uno splendido regalo. Perché ormai l’aveva dimenticato, là sotto, in quel suo squallido seminterrato, in quelle orribili strade.

Io mi preoccupavo che fosse troppo per lei dentro quel suo spesso guscio nero, e faceva così caldo, c’era tanto rumore. Ma lei non voleva andarsene. È restata là seduta fino alla chiusura.

E quando l’ho riportata a casa canticchiava con aria sognante tra sé e sé. L’ho accompagnata alla porta, e lei ha detto, “No, vai, vai, voglio sedermi a pensare a questa giornata. Oh, che cose deliziose da pensare.”

La cosa che più mi ha colpita quando l’ho vista là fuori, nella luce forte del sole: il suo colorito giallo. Occhi azzurri brillanti in una faccia che sembra dipinta di giallo.

Rileggendo questi brani, mi è venuta in mente Life on Mars di David Bowie. Una sequenza di immagini apparentemente slegate che vanno da John Lennon a Topolino, da Ibiza ai Norfolk Broads. Un’esplosione di situazioni contrapposte all’esistenza grigia della protagonista, che costantemente cerca una via di fuga nei vari canali televisivi.
Cerchiamo sempre una via di fuga, come Jane, dalle nostre responsabilità. Non parlo di cose da fare, ma di cose da conoscere.

La più grande responsabilità che abbiamo è conoscere noi stessi, ma sembra sia più facile fare progetti per andare su Marte che fare un giro nella nostra anima.

♫♪♫ È una piccola terribile storia
Per la ragazza dai capelli grigi
Ma sua madre sta gridando “No”
E suo padre le ha detto di andarsene
Ma il suo amico non si è fatto vivo
Adesso lei cammina
Nel suo sogno sommerso
Verso il posto con la visuale migliore
E lei è rapita dallo schermo d’argento
Ma il film è noioso in modo deprimente
Perché lei lo ha vissuto
Dieci volte, o forse più
{…} Oh, amico! Mi chiedo se saprà mai
Che è nello spettacolo di punta
C’è vita su Marte? ♫♪♫

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