Parole in musica #3 – Peter nel “Campo di nessuno”

Bentrovati Lettori!
Oggi vi parlo di un romanzo dal sapore dolce… anzi dal sapore di caffelatte. Sì perché ne Il campo di nessuno Daniel Picouly racconta la sua infanzia nella Francia degli anni cinquanta, tra boom economico e guerra d’Algeria.

Nel romanzo tutto si svolge nell’arco di una giornata vissuta in prima persona dal protagonista, il piccolo Daniel di dieci anni con la mania di collezioni particolari: parole complicate, elenchi, titoli strani dei giornali, etichette del camembert e soldatini Mokarex dei pacchetti di caffè.

Il campo di nessuno è prima di tutto un pezzo di terra, dove tutti i ragazzini del quartiere si ritrovavano dopo la scuola. Un luogo di apprendistato e una metafora della memoria… dal risveglio mattutino, passando alle esperienze della giornata di scuola, ai giochi nel campo, fino al ritorno a casa la sera.

Stanotte posso essere ovunque. Alla domenica la partita di tarocchi finisce sempre tardi e devono avermi messo a dormire dove rimaneva posto. Di sicuro mi ero già addormentato raccontandomi le “ventuno meravigliose storie illustrate delle ventuno briscole”. È così che dico.

Mi piace guardare mio padre, i miei fratelli e gli amici della famiglia giocare a carte, soprattutto quando c’è André, il parroco che lavora in fabbrica.

Molti i sapori di questa lettura: il caffelatte, appunto, con  la giusta quantità di caffè per colorarlo come la pelle del Piccolo Daniel (padre originario della Martinica, madre francese), i clafoutis di ciliegie bruciati dalla mamma e le tante scoperte del padre.

Mi chiedo ser riuscirò a imitare la firma di mio padre ricalcandola. Serge mi ha fatto vedere come si fa. Ma stanotte mi trema la mano. La fronte mi scotta. Di sicuro ho la febbre: spero a 40. È un numero magico che scatena la mamma in un vero e proprio vortice. Termometro, latte caldo, succo di limone, rum della Martinica, lettone dei genitori, guanciale, cuscini, la mamma tutta per me, lettura dell’ultima puntata dello sceneggiato Un uomo un destino su “Le Parisien”.

Una storia autobiografica al 98,84%, a cominciare dalla famiglia – con tredici figli – del piccolo protagonista. Una storia che fa subito pensare ai libri di Pennac sia per le descrizioni del quartiere dove il protagonista abita, sia per le sue vicissitudini scolastiche. Per quel modo, unico e speciale, di raccontare i ragazzi.

“Come fai a berlo così caldo?”
“Quando uno ha la bocca da calderaio!”

Papà fa una strizzatina d’occhio marpioncella alla mamma che abbassa gli occhi sullo strofinaccio. Quando cerco di imitarlo devo mordermi la bocca per non urlare. Ma un giorno ci riuscirò. Nonostante il caffè bollente le labbra di papà rimangono morbide. Soprattutto quando torna dal lavoro e la sua barba punge un po’.

“Pr’mo!”
“S’condo!”
“T’rzo!”

Ogni volta è una gara con le mie sorelline per sapere chi lo bacerà per primo. Quando arrivo ultimo, rimango triste tutta la sera.

Picouly affascina per l’immediatezza e la freschezza nelle descrizioni del pensiero infantile: è senza dubbio un uomo e uno scrittore che si ricorda di essere stato bambino e ne conserva ancora l’essenza.
Rileggendo questo romanzo ho pensato a Father, son di Peter Gabriel. Un brano intenso che racconta di un rapporto tra un padre e un figlio. Non voglio spiegare molto di questa canzone, perché la sua essenza è racchiusa nelle parole e nelle note che le accompagnano.

♫♪♫ Padre, figlio
Come una cosa sola
Chiusi in una stanza d’albergo
Schiena contro schiena
La tua contro la mia
Finché il calore non passa

Puoi ricordare
Come mi portavi a scuola
Non potevamo parlare molto
È  stato così tanti anni fa
E adesso tutte queste lacrime
Credo di essere ancora il tuo bambino

Fuori sulla brughiera
Ci fermiamo un attimo
Guardiamo quanta strada abbiamo fatto
Ti muovi lentamente
Quanta strada possiamo fare
Padre e figlio ♫♪♫

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L’unione di queste due opere è un’esperienza interattiva unica. Allora cosa aspettate? Fazzolettini alla mano… e avanti tutta!

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