Speciale MAN BOOKER PRIZE 2016 – La Shortlist

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Buongiorno miei dolci Lettori!
Ebbene sì, anche quest’anno è arrivato il momento di parlare del Man Booker Prize! Sapete benissimo che, ormai da un paio di edizioni a questa parte, mi piace seguire lo sviluppo (dalla longlist, fino alla cerchia dei sei finalisti) di questo importante premio letterario inglese.

Amanda Foreman, presidente di giuria di quest’anno, ha dichiarato: “The final six reflect the centrality of the novel in modern culture – in its ability to champion the unconventional, to explore the unfamiliar, and to tackle difficult subjects” (I sei finalisti riflettono ciò che è centrale nel romanzo moderno – la sua capacità di difendere ciò che non è convenzionale, di esplorare l’ignoro e di affrontare tematiche spinose). La rosa dei libri candidati alla vittoria, devo ammettere, non è stata una grande sorpresa, se non per la mancanza di un paio di titoli che in molti davano per possibili vincitori.

Ma passiamo a scoprire quali romanzi potrebbero aggiudicarsi il Man Booker 2016. La cerimonia di premiazione si terrà il 25 ottobre, quindi abbiamo un po’ di tempo per leggere qualcosa e fare le nostre ipotesi sul vincitore. Ahimè uno solo dei sei romanzi è stato già tradotto, mentre tutti gli altri sono reperibili in lingua inglese: proprio ieri, infatti, Lo schiavista di Paul Beatty  ha fatto il suo debutto nelle librerie italiane grazie alla Fazi, non lasciatevelo scappare.

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E partiamo il nostro percorso proprio da Lo schiavista (The Sellout) di Paul Beatty.
Una storia pungente e irriverente, che parla di razza, vita urbana e giustizia sociale. Un romanzo che si pone l’obiettivo di stravolgere l’ordine naturale delle cose, rimettendo in piedi modi di vivere ormai grazie al cielo superati come la schiavitù e la segregazione nei ghetti.

schiavista-light-675x1024“So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato, incurante delle regole del mercantilismo e delle prospettive di salario minimo. Non ho mai svaligiato una casa, né rapinato un negozio di alcolici. Non mi sono mai seduto in un posto riservato agli anziani su un autobus o su un vagone della metropolitana strapieni, per poi tirare fuori il mio pene gigantesco e masturbarmi fino all’orgasmo con un’espressione depravata e un po’ avvilita sul volto. Eppure eccomi qui, nelle cupe sale della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, con l’auto, quasi per ironia della sorte, parcheggiata in divieto di sosta su Constitution Avenue, le mani ammanettate dietro la schiena, il diritto di restare in silenzio che mi ha detto addio da un bel pezzo; seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, proprio come questo paese, non è affatto comoda come sembra.

Sono stato convocato tramite una busta dall’aria ufficiale col timbro «IMPORTANTE!» in grossi caratteri rossi, come l’avviso di una vincita alla lotteria, e da quando sono arrivato in questa città non ho mai smesso di stare sulle spine”

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Il secondo libro in gara è Hot Milk di Deborah Levy.
Non ho ancora avuto il piacere di leggerlo, ma in molti si aspettavano di trovarlo fra i finalisti. Questo nuovo romanzo della Levy racconta la storia di due donne, madre e figlia, che in qualche modo svolgono i loro ruoli al contrario. Sophie si trova costretta a ipotecare la sua stessa casa pur di portare sua madre Rose in una misteriosa clinica spagnola per curare l’inspiegabile paralisi che affligge la donna. Ma ahimè le due non trovano le risposte che cercano e rimangono coinvolte in un nuovo mondo che le costringe ad affrontare il loro complicato rapporto, fino a testare quel fatidico punto di rottura da cui difficilmente si ritorna indietro.

cover-jpg-rendition-460-707“Today I dropped my laptop on the concrete floor of a bar built on the beach. It was tucked under my arm and slid out of its black rubber sheath (designed like an envelope), landing screen side down. The digital page is now shattered but at least it still works. My laptop has all my life in it and knows more about me than anyone else.
So what I am saying is that if it is broken, so am I”

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Il prossimo romanzo è His Bloody Project di Graeme Macrae Burnet.
Una scelta che ho trovato alquanto inaspettata per la giuria del Man Booker, inserire un thriller nella rosa dei finalisti. In fin dei conti non mi dispiace affatto, ma non credo riuscirà ad ottenere l’ambito premio alla fine della corsa. Credo sia un romanzo incredibilmente affascinante, che scava a fondo nel misterioso microcosmo che la mente umana rappresenta, ma non lo riesco proprio a vedere come vincitore. Chissà, magari mi sto sbagliando… vedremo!

graeme-macrae-burnet-his-bloody-projectI am writing this at the behest of my advocate, Mr Andrew Sinclair, who since my incarceration here in Inverness has treated me with a degree of civility I in no way deserve. My life has been short and of little consequence, and I have no wish to absolve myself of responsibility for the deeds which I have lately committed. It is thus for no other reason than to repay my advocate’s kindness towards me that I commit these words to paper.

So begins the memoir of Roderick Macrae, a seventeen-year-old crofter, indicted on the charge of three brutal murders carried out in his native village of Culduie in Ross-shire on the morning of the 10th of August 1869.

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Candidato numero quattro è Eileen di Ottessa Moshfegh.
Qui si tocca un tasto dolente, perchè “Eileen” è uno di quei romanzi da amore puro o odio funesto. Non l’ho ancora letto, ma (cercando online varie recensioni) mi sono resa conto che la Moshfegh ha letteralmente diviso il pubblico. C’è chi crede sia un capolavoro, chi invece ne apprezza il concetto di base, ma critica aspramente la sua materiale realizzazione. Dividerà anche la giuria? Lo scopriremo fra qualche giorno 😉

55d270031d00006e00145048I looked like a girl you’d expect to see on a city bus, reading some clothbound book from the library about plants or geography, perhaps wearing a net over my light brown hair. You might take me for a nursing student or a typist, note the nervous hands, a foot tapping, bitten lip. I looked like nothing special. It’s easy for me to imagine this girl, a strange, young and mousy version of me, carrying an anonymous leather purse or eating from a small package of peanuts, rolling each one between her gloved fingers, sucking in her cheeks, staring anxiously out the window. The sunlight in the morning illuminated the thin down on my face, which I tried to cover with pressed powder, a shade too pink for my wan complexion. I was thin, my figure was jagged, my movements pointy and hesitant, my posture stiff.
[…] There’s no better way to say it: I was not myself back then. I was someone else. I was Eileen.

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Passiamo al quinto romanzo della shortlist, ovvero All That Man Is di David Szalay.
Questo era decisamente fra i titoli che personalmente non mi aspettavo di trovare nella shortlist. Come perfettamente spiegato dal The Guardian, più che un romanzo (anche se considerato tale), Szalay ha scritto una raccolta di racconti che indagano i desideri dell’uomo nelle varie fasi della vita, e nonostante si seguano le storie di differenti soggetti il tutto arriva al lettore come ripetitivo e monotono. Chissà cosa avevano in mente i giurati quando lo hanno selezionato… mah!

94136323_book_all_that_man_is_by_david_szalay-xlarge_transb8-6w4uu9uaryopx5qzfo5qjipvpx8dqdhcjityggcuBerlin-Hauptbahnhof.
It is where the trains from Poland get in and the two young Englishmen are newly arrived from Kraków. They look terrible, these two teenagers, exhausted by the ordeal of the train, and thin and filthy from ten days of Inter Railing. One of them, Simon, stares listlessly at nothing. He is a handsome boy, high-cheekboned, with a solemn, inexpressive, nervous face. The station pub is noisy and smoky at seven in the morning, and he is listening, with disapproval, to the men at the next table – one of them American, it seems, the other German and older, who says, smiling, ‘You only lost four hundred thousand soldiers. We lost six million.’

The American says something which is lost in the din.
‘The Russians lost twelve million – we killed six million.’
Simon lights a Polish cigarette, sees the word ‘Spiegelei’ on a laminated menu, the money on the table, waiting for the waiter to take it – euros, nice-looking, modern-looking money. He likes the fonts the designers have used, plain, unornamented.
‘A million died just in Leningrad. A million!’
People are drinking beer.

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Ultimo, ma non per importanza, Do not say we have nothing di Madeleine Thien.
Direi un accesso “facile” alla rosa dei finalisti (e, se dovessi fare qualche azzardata previsione, alla vittoria). Se la scelta dei sei si è basata sulla ricerca del diverso, allora il romanzo di questa scrittrice canadese calza a pennello nella definizione. La Thien mette in campo gli anni della rivoluzione culturale e civile in Cina, narrandola attraverso Ai-Ming, fuggita in Canada dalla sua patria dopo la brutale repressione dell’occupazione studentesca in piazza Tiananmen, a Hong Kong. Ospite della piccola Marie e di sua madre, Ai-Ming aiuta la bambina a riconciliarsi con un passato oscuro e doloroso, di cui ha davvero tanto da scoprire.

9781783782666IN A SINGLE YEAR, my father left us twice. The first time, to end his marriage, and the second, when he took his own life. That year, 1989, my mother flew to Hong Kong and laid my father to rest in a cemetery near the Chinese border. Afterwards, distraught, she rushed home to Vancouver where I had been alone. I was ten years old.
 Here is what I remember:
 My father has a handsome, ageless face; he is a kind but melancholy man. He wears glasses that have no frames and the lenses give the impression of hovering just before him, the thinnest of curtains. His eyes, dark brown, are guarded and unsure; he is only 39 years old. My father’s name was Jiang Kai and he was born in a small village outside of Changsha. Later on, when I learned my father had been a renowned concert pianist in China, I thought of the way his fingers tapped the kitchen table, how they pattered across countertops and along my mother’s soft arms all the way to her fingertips, driving her crazy and me into fits of glee. He gave me my Chinese name, Jiang Li-ling, and my English one, Marie Jiang. When he died, I was only a child, and the few memories I possessed, however fractional, however inaccurate, were all I had of him. I’ve never let them go.


ian-mcguire-the-north-waterIl romanzo che sicuramente fa sentire la sua mancanza in questa lista The North Wather di Ian McGuire, che in moltissimi davano per possibile (se non, addirittura, sicuro) vincitore del Man Booker. Credo sia l’unico libro della Longlist 2016 di cui ho sentito parlare solo e soltanto bene. Sono davvero stupita, ho rimandato e rimandato la lettura di questo titolo con l’assoluta convinzione di poterla fare in vista della premiazione, ma ora… beh, lo leggerò comunque. Questo è certo!
Cosa ne pensate dei sei romanzi? Quale vincerà, secondo voi, il premio di £50.000?

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2 Pensieri su &Idquo;Speciale MAN BOOKER PRIZE 2016 – La Shortlist

  1. Pingback: Speciale MAN BOOKER PRIZE 2016 – Paul Beatty vince con “Lo Schiavista” | Le Parole Segrete dei Libri

  2. The 2016 winner will be announced on Tuesday 25 October in London’s Guildhall, at a black-tie dinner that brings together the shortlisted authors and well-known figures from the literary world.

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