Blog Tour “L’ultimo Spartano” di Matteo Bruno – PRESENTAZIONE e ESTRATTI

Buongiorno miei dolci Lettori!
Il Natale si avvicina sempre più, quindi quale momento migliore di questo per scoprire nuovi romanzi da aggiungere nella vostra letterina per Santa Claus? Oggi parliamo di una recente pubblicazione in casa Leone Editore, L’ultimo Spartano di Matteo Bruno 🙂

A me l’onore di aprire le danze di questo blog tour, a cui seguirà il review party che non potete assolutamente perdere 😀
Pronti ad assaggiare qualche piccolo estratto della penna di Matteo? Buona lettura ❤

L’ultimo spartano
di Matteo Bruno

L’ultima disperata battaglia
per la libertà di Sparta e dell’intera Grecia

I Balcani sono in fermento. Il giovane re macedone Alessandro Magno ha appena invaso il Medioriente per ampliare il suo dominio. Un mercenario greco, Filocrate di Megalopoli, viene allora inviato in missione a Sparta, per convincere re Agide a rivendicare l’indipendenza della polis e costringere così Alessandro a rivedere i suoi piani di conquista. Tra combattimenti, intrighi e tradimenti, Filocrate si guadagnerà la stima degli spartani e si troverà a guidare i leggendari soldati dai mantelli rossi in un’ultima disperata battaglia per la libertà dell’intera Grecia.

Matteo Bruno, nato a Perugia sotto il segno del Leone, è laureato in Scienze politiche e coltiva da sempre la passione per la storia. Ha collaborato con l’Università degli Studi di Perugia e scrive sceneggiature per documentari e docufilm. L’ultimo spartano è il suo quarto romanzo storico dopo Oro, sole e sangue (2013), Dodici città (2014) e Syracusa – La vendetta di Nicone (2015), tutti editi da Leone Editore, che hanno raccolto numerosi riconoscimenti a livello nazionale e gli hanno costruito ormai un pubblico di affezionati lettori.

EDITORE: Leone
COLLANA: Orme
PAGINE: 354, Brossura
PRIMA EDIZIONE: 2017
ISBN: 978-88-6393-430-4
PREZZO: 13.90EUR

Estratti

Questa è la storia di un mercenario, di un re e di una donna baciata dagli dei. È una vicenda di onore e di coraggio, di valore e di senso del dovere, ma anche di nefandezze, di turpi inganni e vili tradimenti. È la storia di un anello magico, di un popolo cocciuto ancorato a tradizioni ossidate dalla patina del tempo e di una conquista implacabile sospinta dall’avanzare della modernità. È la mia storia. Sono Filocrate di Megalopoli e la vicenda che narrerò di seguito ebbe inizio sulle rive del fiume Granico, in Asia, sulla strada che da Abido conduce a Dascilio, capitale della Frigia, all’imbocco del Ponto Eusino. Era una notte della tarda primavera del secondo anno dopo la centodecima Olimpiade. La neve che si scioglieva in mille rivoli dal massiccio del monte Ida aveva reso il fiume un nastro di ghiaccio lucente, le sponde argillose erano melma vorace che inghiottiva uomini e cavalli. Il primo grigiore dell’alba biancheggiava tra i dirupi lontani e fu allora che un maestoso cavallo nero, con una pelle di leopardo per gualdrappa, immerse i garretti nell’acqua ghiacciata. Altri lo seguirono, un intero squadrone armato fino ai denti con corazze risplendenti e lame affilate snudate da foderi intarsiati d’avorio e d’argento. Erano gli eteri, i compagni del re macedone Alessandro, il conquistatore dell’Asia che presto si sarebbe vantato di discendere da Zeus. Lui e i compagni avanzavano al passo, compatti, nel massimo silenzio per non allarmare le sentinelle persiane che certamente erano nei paraggi con le orecchie ben tese, la sponda opposta distante poche decine di passi sembrava loro un pozzo di buio. Il divino Alessandro li guidava di persona. Doveva essere ben conscio dell’importanza della sorpresa perché, da sotto l’elmo splendente e la lunga chioma bionda, sussurrava parole gentili all’orecchio di Bucefalo, il suo cavallo prediletto, per incoraggiarlo a sopportare il freddo e ad avanzare cautamente, in silenzio. Mentre i macedoni guadavano il fiume, solo il lieve sciabordio della corrente sulle zampe dei destrieri infrangeva la gelida cappa muta dell’alba. Una fila di pioppi era ben visibile di fronte a loro, stagliata debolmente a levante in direzione dell’immensa Asia che anelavano a soggiogare. In quella fredda aurora, la riva opposta del fiume sembrò a portata della spada del Conquistatore.

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In quella notte di luna piena ero rinchiuso nella piccola stanza in cui il sacerdote mi aveva alloggiato. Dico rinchiuso perché avevo udito distintamente lo scorrere del chiavistello a bloccare la porta, dopo che uno schiavo era venuto a portarmi una misera cena a base di farina di castagne. In pratica, ero prigioniero. Dall’unica alta finestrella rinforzata da una grata filtrava il chiarore della luna che sorgeva splendente dietro il monte Parnone, incorniciando i contorni delle nubi di pallori velati. Non si udivano rumori che non fossero quelli vellutati e distanti del bosco attorno alla città, nel quale in quello stesso momento la dea sfrecciava, in cerca di cervi, al fianco degli uomini spartani.
D’un tratto, mentre tentavo di appisolarmi sull’unica scomoda panca di legno che mi separava dal pavimento, il chiavistello scorse di lato e la figura slanciata dell’ancella che mi aveva accompagnato fin lì entrò con leggiadria. Vidi il suo profilo al bagliore dei lucernari che rischiaravano il corridoio. Era scalza e silenziosa, ogni suo passo era pieno di grazia e di armonia, ancheggiava flessuosa e soave. Richiuse la porta alle spalle, avanzò di un paio di passi e lasciò che la morbida veste le scivolasse dalle spalle, facendola rimanere completamente nuda, con la pelle inargentata dal pallore gentile della luna. Era splendida! Nemmeno Artemide stessa avrebbe potuto eguagliarla.
«Chi sei tu?» le chiesi, colto dal dubbio che la sua natura non fosse mortale.
Mi misi seduto sulla panca e d’istinto rivolsi un’occhiata alla mia spada e al mio bastone, che erano appoggiati di lato. Lei dovette cogliere il mio nervosismo perché mi si sedette a cavalcioni sulle ginocchia e mormorò parole per tranquillizzarmi. «Va tutto bene, spartano» mi sussurrò nell’orecchio. «Rilassati.»

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Gli iloti attaccarono al crepuscolo, brulicando dal monte Itome e riversandosi sulla stretta pianura costiera come uno sciame di insetti molesti. Non avevano né cavalleria né fanteria pesante, solo lanciatori di giavellotto con strani copricapi di pelle maculata, uomini armati di zappe o falcetti e pochissimi arcieri; molti impugnavano pietre, alcuni erano completamente disarmati e s’avventarono su di noi solo per impressionarci con il numero, mossi da odio impagabile nei confronti di Sparta. «Ripiegare» gridai. «Ripiegare dietro la palizzata!» Io e Callimaco andammo di corsa a radunare i soldati e i rematori sparpagliati per il villaggio. La palizzata non era propriamente un muro di legno, piuttosto una serie di spuntoni aguzzi che avevo fatto conficcare diagonalmente in terra, inclinati verso gli attaccanti; il muretto di pietre in alcuni punti non raggiungeva l’altezza delle cosce, ma questo era tutto ciò che quella notte ci protesse dalla furia massacratrice dei vecchi schiavi di Sparta. «Saranno almeno cinquemila» valutò atterrito Demarato. «Forse più.» «Prendi dieci rematori e vai a bordo della Hermes» gli ringhiai di rimando. «Fai attingere alcuni catini di acqua dal mare e preparali a spegnere eventuali incendi perché potrebbero tentare di dar fuoco alle navi.» Il segretario mi guardò con occhi stralunati. «E le altre navi?» chiese. «Dieci rematori per ciascuna, non uno di più.» Fino a poco prima stavo pensando di bruciarle, adesso ero deciso a difenderle perché non volevo lo facessero i nostri nemici.

 

Vi auguro tante meravigliose letture 🙂

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