Parole in musica #9 – Antoine, Ulisse e il dolore…

Bentrovati cari Lettori!
Il protagonista del romanzo di oggi è Antoine, figlio unico di genitori separati. La storia raccontata nel romanzo Tre giorni e una vita di Pierre Lemaitre è un crescendo di emozioni.

Alla fine di dicembre del 1999, una serie singolare di fatti tragici si abbatté su Beauval, il più terribile dei quali fu la scomparsa del piccolo Rémi Desmedt.

Antoine vive con la madre e ha come migliore amico Ulisse, il cane del suo vicino di casa. Un giorno Desmedt, il padrone di Ulisse, lo uccide dopo che era stato investito da un pirata della strada. Antoine sconvolto dalla rabbia compie un atto che lo segnerà per sempre. Vivrà giorni angoscianti, ma alla fine un colpo di scena metterà tutto in gioco.

Il suo dolore era così grande che la sera non trovò la forza di parlarne con la madre, a cui in ogni caso l’episodio era sfuggito. Con un nodo in gola, un macigno sul cuore, rivedeva la scena senza sosta: il fucile, il muso di Ulisse, gli occhi in particolare, la sagoma massiccia del signor Desmedt… Incapace di esprimersi e persino di mangiare, finge di non stare bene, salì in camera e pianse a lungo.

Un brano che può accompagnare molto bene la lettura di questo bel romanzo è Daniel di Elton John.

♫♪♫ Oh, Daniel, fratello mio,
Tu sei più vecchio di me
Senti ancora il dolore
Delle ferite che non vogliono chiudersi?
I tuoi occhi sono morti, ma tu vedi più di me.
Daniel sei una stella sul viso del cielo.

Daniel sta viaggiando in aereo questa sera
Posso vedere le luci rosse della coda
che vanno verso la Spagna
E vedo Daniel che saluta con la mano,
Dio, sembra Daniel,
forse sono le nuvole nei miei occhi.
Dio, sembra Daniel,
forse sono le nuvole nei miei occhi♫♪♫ 

Quando ci si trova in momenti dove non si vede via d’uscita, si possono commettere errori irreparabili. Il dolore istiga alla guerra, finché non viene digerito per rafforzare l’anima.

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Parole in musica #8 – Angelica, Tommaso, Bruce… una rinascita tra buio e luce

Bentrovati cari lettori!
Oggi vi parlo di un romanzo molto interessante di un’autrice italiana: Non aspettare la notte di Valentina d’Urbano.

L’autrice ci regala una storia che sembra all’inizio infelice, ma in realtà lo è solo in parte. Ci racconta di due ragazzi colpiti dalla sventura in tenera età. Tommaso, affetto da una malattia che lo porterà alla cecità e Angelica che da bambina è stata vittima di un grave incidente nel quale ha perso la madre.

Da sette anni, alle tre del mattino, Angelica si svegliava. Non importava dove fosse, non importava a che ora fosse andata a letto o a che ora avrebbe dovuto svegliarsi il giorno dopo. Alle tre in punto il suo orologio interno la obbligava ad aprire gli occhi. E Angelica li apriva, con la sensazione di soffocare e cadere insieme. Dopo, per un po’ non riusciva a addormentarsi.

Angelica è chiusa in se stessa, si copre con vestiti lunghi e un cappello a tesa larga per non far vedere le cicatrici che hanno deturpato il suo corpo. Tommaso se ne innamora e la contagia con la sua allegria… non voglio dire altro.

Il problema era che certe volte di punto in bianco diventava completamente cieco, e gli occhiali non servivano a nulla. Inforcò le lenti, attento a non ficcarsi le stanghette negli occhi, e sbattè le palpebre un paio di volte.
Adesso al posto del nero c’erano delle ombre vaghe, avevano la forma dei mobili della sua stanza. Ma mancavano i particolari e non c’erano colori.

Questa storia può essere vista come una metafora della vita, dove capitano avvenimenti traumatizzanti, ci si chiude, non si vuole più comunicare col mondo… ma poi succede qualcosa, si incontra qualcuno e si comincia a rinascere.

Per questo ho pensato che l’abbinamento ideale sia con The Rising di Bruce Springsteen

♫♪♫ Non riesco a vedere niente davanti a me
Non riesco a vedere niente arrivare da dietro
Mi faccio strada attraverso questa oscurità
Non sento niente, a parte questa catena che mi tiene
Ho perso il conto di quanto sono andato lontano
Quanto sono andato lontano, quando sono salito in alto
Sulla mia schiena una pietra da sessanta libbre
Sulla mia spalla una corda di mezzo miglio

Vieni su per la rinascita
Vieni su, metti le tue mani nelle mie
Vieni su per la rinascita
Vieni su per la rinascita stasera

Sono uscito di casa stamattina
Il suono degli allarmi riempiva l’aria
Portavo la croce della mia chiamata
Su scale di fuoco sono arrivato quaggiù barcollando ♫♪♫ 

Non vorremmo mai vivere momenti tristi e devastanti, ma senza il buio non capiremmo la luce. Sembra banale, ma è così.

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Parole in musica #7 – Lucy Barton vive a modo suo

La malattia obbliga alla riflessione, in ogni circostanza. È quello che succede a Lucy Barton che è nel letto di un ospedale newyorkese da tre settimane, per complicazioni post-operatorie. Un giorno vede arrivare la madre che non incontra da anni, e con la quale ci sono tensioni da sempre.

La madre è partita da una piccola città dell’Illinois con il primo aereo della sua vita, per raggiungere Lucy. La donna tiene compagnia alla figlia, scappata di casa molti anni prima, raccontandole una storia di vecchie conoscenze. I ricordi dolorosi tornano a galla e non è facile per Lucy.

Per cinque giorni, quasi senza dormire, le due donne stanno insieme in un quadretto surreale se si pensa che non sono mai andate d’accordo, che sono incapaci di capirsi e di dialogare veramente.

Questo romanzo, Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Stroud, parla della forza di fuggire dalle situazioni che potenzialmente ci distruggono – e non è da tutti, lasciatemelo dire. È una delle più grandi benedizioni che si possano ricevere: la capacità di andarsene quando la trama della vita può trasformarsi in un sacrificio inutile.

Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli dei maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos’hanno dentro.

Una canzone che sento molto vicina ai temi del romanzo è A modo tuo di Ligabue.

Sarà difficile chiederti scusa per un mondo che è quel che è
Io nel mio piccolo tento qualcosa ma cambiarlo è difficile
Sarà difficile dire tanti auguri a te
A ogni compleanno vai un po’ più via da me

A modo tuo andrai
A modo tuo camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
A modo tuo vedrai
A modo tuo dondolerai, salterai, canterai
Sempre a modo tuo

Sarà difficile vederti da dietro sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori, tutti i divieti e le code che eviterai
Sarà difficile mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola quella che sarai

I rapporti tra genitori e figli sono a volte molto complicati, solo per l’incapacità di venirsi incontro e ascoltarsi, senza giudicarsi.

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Parole in musica #6 – Era “Una famiglia quasi perfetta”

Bentrovati miei cari Lettori!
Una famiglia quasi perfetta è un thriller molto ben costruito, una lettura piacevole, nonostante i temi che, nel corso del romanzo, possono far emergere emozioni negative. La storia raccontata è opprimente, tutte le pagine sono impregnate di suspense.

La figlia quindicenne di una famiglia in apparenza perfetta, sparisce nel nulla dopo essere uscita di casa sbattendo la porta.

Le giornate si accorciano. Sul prato sono sparse le mele cadute, la polpa beccata dai corvi. Oggi, prendendo dei ciocchi dalla catasta al riparo dal tetto, ne ho calpestata una già rammollita; si è sfatta sotto il mio piede.
Novembre.
Ho sempre freddo, ma lei potrebbe averne di più. Perché dovrei cercare di star bene? Come potrei?
Quando scende la sera, il cane comincia a tremare. La stanza si oscura; accendo il fuoco e la fiamma mi chiama a sé, mentre i rimpianti tornano a divampare, bruciando e sibilando nella mia mente.

Naomi è scomparsa da un anno, ma la madre Jenny non si dà pace e continua a cercarla. Mette insieme gli indizi che trova e scopre che le persone intorno a lei non sono davvero quelle che pensava.

Dovevamo raggiungere la donna che forse aveva intravisto il viso di Naomi dietro il finestrino di una macchina in una città sconosciuta, e la sua bocca aprirsi per chiedere aiuto. Dovevamo attirare l’attenzione dell’uomo che serviva nel negozio dell’angolo, che forse aveva notato qualcosa di diverso nel tipo tranquillo che di solito si limitava a comprare le sigarette; ora acquistava altre cose: cibo, nastro adesivo, assorbenti per le perdite.

La lettura di Una famiglia quasi perfetta si accompagna alla canzone Ameno degli Era come se fosse stata scritta per lei.

♫♪♫ Assorbimi, accoglimi
senti il mio dolore
liberami, liberami
scoprimi, scopri i miei segnali
senti il mio dolore

Rendi soave (questo dolore) confortami
percepiscimi, percepiscimi
mi mutilarono ,mi ferirono, liberami
rendi soave (questo dolore)

Confortami liberami
confortami liberami
liberami, attenuami il dolore
Attenua il mio dolore
attenua il mio dolore ♫♪♫

Spesso capita che le persone a noi vicine si dimostrino diverse da quello che pensavamo o immaginavamo fossero. La rappresentazione che nella nostra mente creiamo dell’altro è una prigione per noi e per tutti quelli che faticano – ovviamente – a essere conformi a tale idea. Liberarsi dalle convenzioni dell’idealizzazione è un primo passo verso la felicità.

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A presto 🙂

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Parole in musica #5 – “Il profumo” dell’Inferno

Bentrovati cari Lettori!
Questa settimana vi parlo di un romanzo che a tratti può sembrare – anzi è – macabro e pungente, a tratti inverosimile, ma vi invito a leggerlo considerandolo come un’opera d’arte a sé. L’argomento non è piacevole, ma lo stile, la costruzione della trama e l’idea di fondo lo sono.

Il profumo di Patrick Suskind, tra mito e storia,  ci racconta la vita di Jean-Baptiste Grenouille: geniale e scellerato personaggio del Diciottesimo secolo. Nato da una madre deprecabile che lo abbandona sotto un banco del pesce, dove ha partorito di nascosto, il piccolo viene affidato ad una balia che lo ripudierà, a causa della sua enorme voracità e della totale mancanza di odore, entrambi segni, secondo la donna, di possessione demoniaca.

Ciò che aveva sempre agognato, e cioè che gli uomini lo amassero, nel momento del suo successo gli era intollerabile, perché lui stesso non li amava, li odiava. E d’un tratto seppe che non avrebbe mai tratto soddisfazione dell’amore, bensì sempre e soltanto dall’odio, dall’odiare e dall’essere odiato.

In contrasto con la mancanza di odore, il piccolo ha la straordinaria capacità di cogliere ogni più piccola sfumatura di fetore o fragranza del mondo e in poco tempo si costruirà una mappa mentale della città attraverso l’olfatto.

Il profumo ha una forza di persuasione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente, non c’è modo di opporvisi.

Si accorge, preso come aiutante in una profumeria di Parigi, di non possedere un odore e per questo non essere mai esistito. Sempre più ossessionato dalla creazione del profumo ideale, cioè quello che può far innamorare gli uomini e quindi gestirne la volontà, si spinge a compiere azioni estreme.

Centinaia di migliaia di odori sembravano non valere più nulla di fronte a quest’unico odore. Questo solo era il principio superiore secondo il quale si dovevano classificare gli altri profumi. Era pura bellezza.

L’abbinamento ideale con Il profumo è la fantastica Highway to Hell degli AC/DC. Un testo forte e profondo, dai toni aspri come il romanzo di Suskind.

 

♫♪♫ Sono sull’autostrada per l’inferno
Non ci sono segnali di stop
O limiti di velocità
Nessuno riuscirà a farmi rallentare
Lo farò girare come una ruota
Nessuno mi rovinerà i piani

Sono sull’autostrada per l’inferno
Non fermarmi
E sto andando giù, per tutta la strada
Sono sull’autostrada per l’inferno ♫♪♫

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Se avete voglia di emozioni forti e di confrontarvi con queste due opere d’arte, vi consiglio di farlo senza pregiudizi riguardo i temi borderline. Buon divertimento!

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Parole in musica #4 – Un bagaglio a mano da aprire e comprendere

Bentrovati miei cari Lettori!
Oggi, vi porto in giro per il mondo. Come? Seguitemi in questo viaggio con Mario Levi e il suo romanzo La vita è un bagaglio a mano.

Questo è un libro che ripercorre il passato dell’autore, l’opera è in parte autobiografica e risale all’89-90. Mario Levi, con uno stile che rispecchia il senso confuso dell’esistenza, ci porta quasi su un “tappeto magico” a sorvolare i posti della sua infanzia: compaiono visioni di Parigi, Rio de Janeiro, Istanbul fino ad arrivare alla sua città interiore piena di macerie, amarezza, malinconie.

Fuggo dal mio passato e dal mio spettro che cammina sempre accanto a me. Fuggo da me stesso, dalle mie sconfitte, per non restare faccia a faccia con certe persone”. Il punto è proprio questo: fuggire dalla città, ma dove si può fuggire se il passato è dentro di noi? Ovunque andiamo il groviglio di fatti accaduti, ricordi, intensi frammenti, mete da raggiungere o da rimpiangere, ce lo portiamo appresso come un bagaglio a mano.

La vita è un bagaglio a mano è un libro intenso, fragile, onesto.

L’unica cosa che so è che i problemi irrisolti che ho cercato per anni di reprimere dentro di me con dura violenza, ora riesco a esprimerli molto più facilmente. Ciò dimostra che certe amarezze prima o poi potranno cancellarsi dall’agenda della vita di una persona. È un progresso o un arretramento? Penso che anche questo sarà il tempo di dimostrarlo. Ma qualunque sia la conclusione, non dobbiamo dimenticarci affatto che siamo sempre rimasti in qualche punto, incalzati dal nostro fantasma, costretti a vivere un esilio e una prigionia ininterrotti, nella nostra personale vicenda, malgrado tutti i nostri sforzi. Il resto è vano cianciare.

L’atmosfera creata da questo romanzo mi ricorda le calde note di I don’t want to miss a thing degli Aerosmith.

♫♪♫ Potrei stare sveglio per ascoltare il tuo respiro
Guardo il tuo sorriso mentre stai dormendo
Mentre stai sognando lontana
Posso passare la mia vita in questo dolce abbandono
Posso perdermi in questo momento e per sempre
Ogni momento passato con te è un momento che colleziono
Non voglio chiudere gli occhi
Non voglio addormentarmi
Perché ti perderei, baby
E io non voglio perdere niente
Perché anche quando sogno te
Il più dolce sogno non sarebbe uguale
Ti perderei lo stesso baby
E io non voglio perdere niente ♫♪♫

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Ripensare al passato non è sempre facile emotivamente, soprattutto se si cerca di vivere una vita consapevole. Ma mettere ordine nelle nostra mente, nei nostri sentimenti  e di conseguenza nelle nostre azioni sembra essere lo strumento migliore che abbiamo per salvarci.

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Parole in musica #3 – Peter nel “Campo di nessuno”

Bentrovati Lettori!
Oggi vi parlo di un romanzo dal sapore dolce… anzi dal sapore di caffelatte. Sì perché ne Il campo di nessuno Daniel Picouly racconta la sua infanzia nella Francia degli anni cinquanta, tra boom economico e guerra d’Algeria.

Nel romanzo tutto si svolge nell’arco di una giornata vissuta in prima persona dal protagonista, il piccolo Daniel di dieci anni con la mania di collezioni particolari: parole complicate, elenchi, titoli strani dei giornali, etichette del camembert e soldatini Mokarex dei pacchetti di caffè.

Il campo di nessuno è prima di tutto un pezzo di terra, dove tutti i ragazzini del quartiere si ritrovavano dopo la scuola. Un luogo di apprendistato e una metafora della memoria… dal risveglio mattutino, passando alle esperienze della giornata di scuola, ai giochi nel campo, fino al ritorno a casa la sera.

Stanotte posso essere ovunque. Alla domenica la partita di tarocchi finisce sempre tardi e devono avermi messo a dormire dove rimaneva posto. Di sicuro mi ero già addormentato raccontandomi le “ventuno meravigliose storie illustrate delle ventuno briscole”. È così che dico.

Mi piace guardare mio padre, i miei fratelli e gli amici della famiglia giocare a carte, soprattutto quando c’è André, il parroco che lavora in fabbrica.

Molti i sapori di questa lettura: il caffelatte, appunto, con  la giusta quantità di caffè per colorarlo come la pelle del Piccolo Daniel (padre originario della Martinica, madre francese), i clafoutis di ciliegie bruciati dalla mamma e le tante scoperte del padre.

Mi chiedo ser riuscirò a imitare la firma di mio padre ricalcandola. Serge mi ha fatto vedere come si fa. Ma stanotte mi trema la mano. La fronte mi scotta. Di sicuro ho la febbre: spero a 40. È un numero magico che scatena la mamma in un vero e proprio vortice. Termometro, latte caldo, succo di limone, rum della Martinica, lettone dei genitori, guanciale, cuscini, la mamma tutta per me, lettura dell’ultima puntata dello sceneggiato Un uomo un destino su “Le Parisien”.

Una storia autobiografica al 98,84%, a cominciare dalla famiglia – con tredici figli – del piccolo protagonista. Una storia che fa subito pensare ai libri di Pennac sia per le descrizioni del quartiere dove il protagonista abita, sia per le sue vicissitudini scolastiche. Per quel modo, unico e speciale, di raccontare i ragazzi.

“Come fai a berlo così caldo?”
“Quando uno ha la bocca da calderaio!”

Papà fa una strizzatina d’occhio marpioncella alla mamma che abbassa gli occhi sullo strofinaccio. Quando cerco di imitarlo devo mordermi la bocca per non urlare. Ma un giorno ci riuscirò. Nonostante il caffè bollente le labbra di papà rimangono morbide. Soprattutto quando torna dal lavoro e la sua barba punge un po’.

“Pr’mo!”
“S’condo!”
“T’rzo!”

Ogni volta è una gara con le mie sorelline per sapere chi lo bacerà per primo. Quando arrivo ultimo, rimango triste tutta la sera.

Picouly affascina per l’immediatezza e la freschezza nelle descrizioni del pensiero infantile: è senza dubbio un uomo e uno scrittore che si ricorda di essere stato bambino e ne conserva ancora l’essenza.
Rileggendo questo romanzo ho pensato a Father, son di Peter Gabriel. Un brano intenso che racconta di un rapporto tra un padre e un figlio. Non voglio spiegare molto di questa canzone, perché la sua essenza è racchiusa nelle parole e nelle note che le accompagnano.

♫♪♫ Padre, figlio
Come una cosa sola
Chiusi in una stanza d’albergo
Schiena contro schiena
La tua contro la mia
Finché il calore non passa

Puoi ricordare
Come mi portavi a scuola
Non potevamo parlare molto
È  stato così tanti anni fa
E adesso tutte queste lacrime
Credo di essere ancora il tuo bambino

Fuori sulla brughiera
Ci fermiamo un attimo
Guardiamo quanta strada abbiamo fatto
Ti muovi lentamente
Quanta strada possiamo fare
Padre e figlio ♫♪♫

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L’unione di queste due opere è un’esperienza interattiva unica. Allora cosa aspettate? Fazzolettini alla mano… e avanti tutta!

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Parole in musica #2 – Jane e David, un incontro molto particolare

Ben ritrovati Lettori!
Oggi vado sul classico! Ho deciso di parlarvi del Diario di Jane Somers di Doris Lessing, perché penso che qualunque donna dovrebbe leggerlo.

La vita al femminile è difficile, introspettiva, dura. Doris Lessing, Premio Nobel per la letteratura 2007, ci racconta uno spaccato della vita di Jane Somers, attraverso il quale ha voluto comunicare qualcosa a ogni donna. Ognuna di noi può ritorovare, in questo libro dalle mille sfaccettature, quella lezione di vita di cui ha bisogno.

Il diario di Jane Somers è un romanzo che non ha paura di mostrarsi per quello che è: una ricerca, a tratti angosciante, del sé in mezzo a una società dove lo stereotipo impera. Stereotipo di cosa? Di tutto. Dal modo di vestirsi al lavoro, al modo di lavorare stesso, dall’essere ricchi e quindi rispettabili, all’essere poveri e vecchi e quindi da abbandonare o quanto meno da allontanare dalla vita e dalla vista di chi viene “pompato” come vincente.

Jane è completamente concentrata su se stessa. Non si cura del marito mentre sta morendo, cerca di non pensarci, cerca di fare finta che sia tutto normale; non si cura nemmeno della madre, che pure vive con lei gli ultimi due anni della sua vita, cerca di stare fuori il più possibile e di rincasare quando la madre dorme.

Ora so che non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà, che avevo solo preso in considerazione il pensiero degli altri.

Quello che non riuscivo a smettere di pensare, però, era che avevo deluso Freddie, che avevo deluso mia madre, e che in definitiva ero quel tipo di persona. Se dovesse succedere qualcos’altro, se dovessi affrontare un’altra situazione difficile, come la malattia o la morte, se dovessi dire a me stessa, Ora, cerca di comportarti come un essere umano, non come una bambina – non ci riuscirei, non potrei. Non è questione di volontà, ma di chi si è, di come si è. Ecco perché decisi di imparare qualcos’altro.

La svolta avviene quando conosce Maudie Fowler, una novantenne indigente del suo quartiere, abbandonata a se stessa. Attraverso questa frequentazione si produce uno scavo all’interno della vita delle due donne che porta Jane verso la presa di coscienza di sé e di cosa significhi relazionarsi da “veri adulti”. Si rende conto, infatti, di essere stata fino a quel momento una moglie-bambina e una figlia assente.

A che cosa serve Maudie Fowler? Stando ai criteri che mi sono stati inculcati, a niente.

Sono andata da Maudie, e quando mi ha aperto, molto lentamente, arrabbiata, le ho detto, “Ti porto a fare una passeggiata al parco.” Lei mi ha guardata, furiosa. “Oh, no,” le ho detto. “Oh, cara Maudie, non arrabbiarti, non arrabbiarti, vieni invece con me.”
“Ma come faccio?” dice lei. “Guardami!”

E alza gli occhi, oltre la mia testa, verso il cielo. È così bello, azzurro, e Maudie dice, “Ma… ma… ma…”

Poi all’improvviso sorride. Si mette quella sua spessa giacca nera da scarafaggio, e il cappello estivo, di paglia nera, e ce andiamo al Rose garden Restaurant. Trovo un tavolo un po’ in disparte, lontano dal passaggio, vicino ad alcuni cespugli di rose, riempio un vassoio di paste alla crema, e restiamo sedute lì tutto il pomeriggio. Lei ha continuato a mangiare ininterrottamente, in quel suo modo lento, struggente, che dice, Questo me lo metto nella pancia finché c’è! – poi è rimasta seduta a guardare, guardare. Sorrideva, felice. Oh, carini, continuava a cantilenare sommessamente, carini… i passeri, le rose, un bambino in carrozzina lì vicino. Ho capito che era fuori di sé per la gioia, una gioia selvaggia, quasi furibonda, quel mondo caldo, assolato, dai colori brillanti, era per lei uno splendido regalo. Perché ormai l’aveva dimenticato, là sotto, in quel suo squallido seminterrato, in quelle orribili strade.

Io mi preoccupavo che fosse troppo per lei dentro quel suo spesso guscio nero, e faceva così caldo, c’era tanto rumore. Ma lei non voleva andarsene. È restata là seduta fino alla chiusura.

E quando l’ho riportata a casa canticchiava con aria sognante tra sé e sé. L’ho accompagnata alla porta, e lei ha detto, “No, vai, vai, voglio sedermi a pensare a questa giornata. Oh, che cose deliziose da pensare.”

La cosa che più mi ha colpita quando l’ho vista là fuori, nella luce forte del sole: il suo colorito giallo. Occhi azzurri brillanti in una faccia che sembra dipinta di giallo.

Rileggendo questi brani, mi è venuta in mente Life on Mars di David Bowie. Una sequenza di immagini apparentemente slegate che vanno da John Lennon a Topolino, da Ibiza ai Norfolk Broads. Un’esplosione di situazioni contrapposte all’esistenza grigia della protagonista, che costantemente cerca una via di fuga nei vari canali televisivi.
Cerchiamo sempre una via di fuga, come Jane, dalle nostre responsabilità. Non parlo di cose da fare, ma di cose da conoscere.

La più grande responsabilità che abbiamo è conoscere noi stessi, ma sembra sia più facile fare progetti per andare su Marte che fare un giro nella nostra anima.

♫♪♫ È una piccola terribile storia
Per la ragazza dai capelli grigi
Ma sua madre sta gridando “No”
E suo padre le ha detto di andarsene
Ma il suo amico non si è fatto vivo
Adesso lei cammina
Nel suo sogno sommerso
Verso il posto con la visuale migliore
E lei è rapita dallo schermo d’argento
Ma il film è noioso in modo deprimente
Perché lei lo ha vissuto
Dieci volte, o forse più
{…} Oh, amico! Mi chiedo se saprà mai
Che è nello spettacolo di punta
C’è vita su Marte? ♫♪♫

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Parole in musica #1 – Hello, Cesare!

Non si tratta di creare la colonna sonora perfetta per un libro: il tentativo di combinare musica e letteratura si basa sulla credenza del cinema di lunga data secondo cui “Non c’è mai stato un film muto.” Fin dalle prime pellicole, quando semplici immagini in movimento affascinavano gli spettatori, le storie erano sempre accompagnate dalla musica, in grado di amplificare gli stati d’animo e aumentare l’intensità dell’azione. Leggendo un romanzo questo teoricamente non è possibile, a meno che il lettore non aggiunga da solo il suo accompagnamento.

Se vi trovate in autobus, treno o in un luogo rumoroso (potrebbe essere anche la vostra casa o, addirittura, la vostra mente) potreste provare ad immedesimarvi completamente nella lettura con l’ausilio della musica in cuffia. Ora vi trovate a dover prendere una decisione: quale pezzo scegliere per gli abbinamenti musica-lettura? In che modo scegliere i brani che emotivamente corrispondano alle parole della pagina? Ovviamente, servono i consigli di persone che abbiano già letto quel romanzo a cui tu vuoi avvicinarti e che sappiano abbinare musica e parole.

Ecco allora la nostra rubrica.

Andiamo subito sul pezzo. Oggi voglio parlarvi di un libro che ho letto qualche tempo fa: La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone.

Mi chiamo Cesare Annunziata, ho settantasette anni, e per settantadue anni e centoundici giorni ho gettato nel cesso la mia vita.

L’inizio è già inquietante, tanti di noi si ritrovano a pensare questo in un periodo difficile della propria vita, se poi sostituiamo la nostra età con quella di Cesare, la frase potrebbe essere “ho trentasette anni, e per trentadue anni e centoundici giorni ho gettato nel cesso la mia vita.”
Può essere un malumore temporaneo o una presa di coscienza. Sta di fatto che si arriva a un punto dove il resto della propria vita può essere diverso. Senza che vi stia a raccontare la storia, il burbero (e burbero è poco) Cesare capisce di doversi dare una svegliata e vivere gli ultimi anni della sua vita in modo consapevole e, in un certo senso, altruistico.

Un bel libro, davvero.

Si dice che per essere un buon compagno non ci sia bisogno di dare chissà quali consigli, basta prestare attenzione ed essere comprensivi, le donne desiderano solo questo. Io non ne sono capace, dopo un po’ mi infervoro, dico la mia e divento una bestia se l’interlocutrice di turno non mi sta a sentire e fa di testa sua. È stato uno dei motivi di perenne litigio con mia moglie Caterina. Lei voleva solo qualcuno con cui sfogarsi, io dopo due minuti ero già preso dalla soluzione da offrirle. Per fortuna la vecchiaia è venuta in mio soccorso: ho capito che per la mia salute è meglio non ascoltare i problemi di famiglia. Tanto poi non te li fanno risolvere.

Ma come rendere questa esperienza ancora più affascinante? Sicuramente potete abbinare alla lettura un brano musicale in grado di farvi immedesimare completamente nella storia. Quindi, come ho già accennato prima, non si tratta di mettere una colonna sonora a un libro, ma di creare un’esperienza in cui ci sia la perfetta fusione dei dati sensoriali che da più parti arrivano al cuore. Un mix che accompagna e stimola la fantasia e rende più reale la storia.

Un pezzo che si può abbinare a questa lettura è Hello di Adele. Una telefonata che Cesare anziano, potrebbe fare al se stesso che ha voglia di riscatto.

♫♪Ciao dal lato opposto
Devo aver chiamato mille volte
Per dirti che mi dispiace,
per tutto quello che ho fatto
Ma quando ti chiamo sembra
che tu non sia mai a casa♫♪♫

Per tanto tempo Cesare non è stato in casa, ma poi qualcosa è cambiato e ha trovato quel necessario contatto con il se stesso più consapevole. Le note di Hello sono straordinariamente intense, come il romanzo di Marone e insieme vi faranno vivere un’esperienza straordinaria.

Coniugare musica e letteratura può essere un valore aggiunto per godersi un buon libro. Provare per credere.

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