Parole in musica #9 – Antoine, Ulisse e il dolore…

Bentrovati cari Lettori!
Il protagonista del romanzo di oggi è Antoine, figlio unico di genitori separati. La storia raccontata nel romanzo Tre giorni e una vita di Pierre Lemaitre è un crescendo di emozioni.

Alla fine di dicembre del 1999, una serie singolare di fatti tragici si abbatté su Beauval, il più terribile dei quali fu la scomparsa del piccolo Rémi Desmedt.

Antoine vive con la madre e ha come migliore amico Ulisse, il cane del suo vicino di casa. Un giorno Desmedt, il padrone di Ulisse, lo uccide dopo che era stato investito da un pirata della strada. Antoine sconvolto dalla rabbia compie un atto che lo segnerà per sempre. Vivrà giorni angoscianti, ma alla fine un colpo di scena metterà tutto in gioco.

Il suo dolore era così grande che la sera non trovò la forza di parlarne con la madre, a cui in ogni caso l’episodio era sfuggito. Con un nodo in gola, un macigno sul cuore, rivedeva la scena senza sosta: il fucile, il muso di Ulisse, gli occhi in particolare, la sagoma massiccia del signor Desmedt… Incapace di esprimersi e persino di mangiare, finge di non stare bene, salì in camera e pianse a lungo.

Un brano che può accompagnare molto bene la lettura di questo bel romanzo è Daniel di Elton John.

♫♪♫ Oh, Daniel, fratello mio,
Tu sei più vecchio di me
Senti ancora il dolore
Delle ferite che non vogliono chiudersi?
I tuoi occhi sono morti, ma tu vedi più di me.
Daniel sei una stella sul viso del cielo.

Daniel sta viaggiando in aereo questa sera
Posso vedere le luci rosse della coda
che vanno verso la Spagna
E vedo Daniel che saluta con la mano,
Dio, sembra Daniel,
forse sono le nuvole nei miei occhi.
Dio, sembra Daniel,
forse sono le nuvole nei miei occhi♫♪♫ 

Quando ci si trova in momenti dove non si vede via d’uscita, si possono commettere errori irreparabili. Il dolore istiga alla guerra, finché non viene digerito per rafforzare l’anima.

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Parole in musica #7 – Lucy Barton vive a modo suo

La malattia obbliga alla riflessione, in ogni circostanza. È quello che succede a Lucy Barton che è nel letto di un ospedale newyorkese da tre settimane, per complicazioni post-operatorie. Un giorno vede arrivare la madre che non incontra da anni, e con la quale ci sono tensioni da sempre.

La madre è partita da una piccola città dell’Illinois con il primo aereo della sua vita, per raggiungere Lucy. La donna tiene compagnia alla figlia, scappata di casa molti anni prima, raccontandole una storia di vecchie conoscenze. I ricordi dolorosi tornano a galla e non è facile per Lucy.

Per cinque giorni, quasi senza dormire, le due donne stanno insieme in un quadretto surreale se si pensa che non sono mai andate d’accordo, che sono incapaci di capirsi e di dialogare veramente.

Questo romanzo, Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Stroud, parla della forza di fuggire dalle situazioni che potenzialmente ci distruggono – e non è da tutti, lasciatemelo dire. È una delle più grandi benedizioni che si possano ricevere: la capacità di andarsene quando la trama della vita può trasformarsi in un sacrificio inutile.

Ma ci sono anche momenti in cui, all’improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli dei maglioni appena arrivati. Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati dai ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos’hanno dentro.

Una canzone che sento molto vicina ai temi del romanzo è A modo tuo di Ligabue.

Sarà difficile chiederti scusa per un mondo che è quel che è
Io nel mio piccolo tento qualcosa ma cambiarlo è difficile
Sarà difficile dire tanti auguri a te
A ogni compleanno vai un po’ più via da me

A modo tuo andrai
A modo tuo camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
A modo tuo vedrai
A modo tuo dondolerai, salterai, canterai
Sempre a modo tuo

Sarà difficile vederti da dietro sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori, tutti i divieti e le code che eviterai
Sarà difficile mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola quella che sarai

I rapporti tra genitori e figli sono a volte molto complicati, solo per l’incapacità di venirsi incontro e ascoltarsi, senza giudicarsi.

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